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  1. Dati aperti e utili per le destinazioni turistiche
    Photo by KOBU Agency on Unsplash

    Affronto questo tema grazie all’invito di BTO 2022 che mi ha chiesto di individuare dei ‘casi’ di utilizzo di dati aperti (#opendata) in aiuto a vari tipi di decisioni (in primis la scelta di destinazioni) nel grande e complesso ambito del turismo.

    https://www.bto.travel/programma/destinazioni-turistiche-intelligenti/

    Negli anni scorsi (BTO 2020 e BTO 2021) ho già affrontato il tema partendo dalla disponibilità dei dati, ovviamente ancora molto scarsa, per poi introdurre alcuni scenari possibili, emulando esperienze non locali, spesso riferite ad altre nazioni.

    Nell’analisi fatta in quelle due occasioni non sono mancati gli accenni alle solite problematiche (ormai endemiche) riferite alla governance, alla qualità e alla cultura del dato. Tutti argomenti che purtroppo sono ancora all’ordine del giorno come veri e propri problemi da risolvere.

    Nel video che segue (volutamente spostato in avanti al minuto 21:03 quando inizia il mio intervento) ho analizzato le problematiche di cui sopra, purtroppo, ancora molto attuali.

    https://medium.com/media/845d47b6dac6581d4824ada71edfa145/href

    Detto ciò, nel preparare alcune note per l’intervento di quest’anno ‘Destinazioni turistiche intelligenti’, ho provato a cercare delle soluzioni reali con l’ausilio dei dati pubblici aperti, che potessero fare scuola e dimostrare come l’uso corretto e virtuoso degli #opendata possa portare a un decisivo cambio di passo (decisioni, politiche o strumenti ) nella gestione delle destinazioni turistiche sia dal punto di vista del turista che da quello, più complesso, del sistema di gestione dei flussi e delle destinazioni gestito in ambito pubblico o privato.

    Va precisato, per onestà intellettuale, che non sono un profondo conoscitore dei sistemi di #DMS perciò le mie osservazioni si avvalgono della conoscenza di un campo applicativo diverso che è quello dei dati e del loro riuso, a prescindere dal contesto.

    Posso però avanzare una mia definizione di destinazione utile in questo ragionamento, per capire meglio quali dati pubblici aperti potrebbero aiutare o influire sulle scelte dei potenziali turisti.

    Dunque, secondo me, per destinazione si intende ciò che il turista concettualizza, in modo del tutto personale, mettendo insieme prodotti, servizi ed esperienze da fruire nella meta geografica da lui scelta.

    Invece, per destinazione intelligente o smart destination mi sbilancerei in un volo pindarico, ovvero tenderei ad affermare che NON ESISTE UNA DESTINAZIONE INTELLIGENTE (anche se studiosi più esperti e competenti di me si stanno impegnando su questa definizione), mentre esistono sicuramente una o più modalità di SCELTA INTELLIGENTE DELLA DESTINAZIONE.

    Quest’ultima può sicuramente integrare, anche in modalità collaborativa, dati e informazioni sui servizi e i prodotti offerti, mixandoli con le esperienze dei #viaggiatori (viaggiatori social che narrano le loro esperienze) per assecondare e andare incontro, in modo competitivo, alle richieste dei turisti, anche con il supporto di intelligenze artificiali.

    Dopo queste premesse provo a fare un esercizio diviso in due parti, cercando le risposte a due precise domande:

    a) quali dati pubblici aperti sono già disponibili per influenzare una decisione in ordine alla destinazione turistica da scegliere?

    b) quali dati pubblici aperti possono essere analizzati per capire dove e come intervenire per aumentare l’atrattività di una destinazione?

    Rispetto al primo esercizio premetto che non ci sono grandi esempi di dataset o prodotti del riuso degli #opendata che esaltino questa pratica. Ciò nonostante, consolidando il presupposto che la destinazione turistica rappresenta il luogo che il turista desidera raggiungere per fruire di prodotti, servizi ed esperienze, quest’ultimi dovrebbero necessariamente essere disponibili, gratuiti, attrattivi e facilmente individuabili.

    Dunque dataset #opendata, ma anche servizi e prodotti del riuso degli #opendata, nonchè esperienze personali e collaborative (strutturate e non) che possono essere favorite dalla conoscenza preventiva di attrazioni in loco, come, ad esempio, quelle naturali piuttosto che culturali.

    Partiamo dall’Italia. Giocando sul portale nazionale dei dati aperti, ho dovuto fare una ricerca per keyword (già nel mio intervento a BTO 2021 avevo spiegato che, purtroppo, la categoria TURISMO non era inserita nel paniere nazionale). Dopo aver scelto la keyword ‘turismo’, sono apparsi 1244 dataset che, ahime, ho potuto ordinare solo per titolo e non per data di rilascio).

    Gradirei molto poter ordinare i dataset per ‘freschezza’, anche perchè non saprei proprio cosa farmene di dataset vetusti e dunque di qualità infima.

    Allora mi impongo un grande reset di tutto e riprovo con un altro approccio. Inserisco ora un paio di keyword più puntuali e rappresentative di quel mix di attrazioni utili per scegliere la destinazione finale del turista:

    • eventi culturali
    • percorsi naturalistici

    Desolazione totale. Pochissimi dati, vecchi, non aggiornati e in formati poco utili per costruirci qualcosa.

    E qui finisce il gioco, perchè i servizi e prodotti del riuso sul portale governativo italiano non vengono nemmeno presi in considerazione.

    Spostandomi a livello europeo, riconosco che un focus puntuale sul tema è proposto dalla Commissione in una raccolta di raccomandazioni e progetti aventi per titolo: How Open Data can sustainably improve the cooperation in tourism sector.

    Open Data in tourism

    Al netto delle chiacchiere (molto abbondanti) e dei fatti (veramente pochi), si cita più volte l’app Outdooractive per il suo accesso ai dati aperti del settore sentieristico, come esperienza da emulare.

    Dati raccolti in un portale CKAN https://www.opentourism.net/dataset/ e relativi ad alcune categorie interessanti per il settore della sentieristica.

    Devo far notare che tale approccio viene utilizzato anche dall’app veneta Veneto outdoor la quale, di fatto, è un emulazione di quella citata a livello EU e utilizza anch’essa gli #opendata per erogare i suoi servizi.

    Presentazione dell’app Veneto Outdoor al BIT di Milano (foto credits)

    Veneto Outdoor, un'unica app open data per tutti i gusti - GuidaViaggi

    Casi dunque davvero pochi e sicuramente di poco aiuto per il turista che deve scegliere una destinazione.

    Passando ora alla seconda domanda, ovvero: quali dati pubblici aperti possono essere analizzati per capire dove e come intervenire per aumentare l’atrattività di una destinazione? Possiamo asserire che con i dati aperti si può fare davvero molto poco.

    Tutti gli osservatori, i centri studi e i centri di statistica del settore turistico utilizzano esclusivamente dati di business e dunque proprietari. Magari acquistati dalle #OTA o raccolti grazie alle elaborazioni ed erogazione degli Istituti di Statistica nazionali o internazionali.

    Mi piace qui citare Barcellona e il suo centro studi di eccellenza

    Studies and statistics

    che, purtroppo, consente di scaricare solamente file di tipo proprietario erogati da un software IBM per la gestione statistica. SPSS (Statistical Package for Social Science)

    Files

    Ciò chiarisce in modo inequivocabile che nel panorama privato e di business ci sono già migliaia di applicazioni e di soluzioni pronte a listino e davvero tanti player che si offrono come facilitatori per aiutare le imprese e le istituzioni turistiche a prendere le giuste decisioni con i dati. Basta scegliere, confrontare e poi acquistare la soluzione più idonea.

    Ovviamente si tratta di soluzioni che non usano dati pubblici aperti, ma dati acquistati e/o frutto di gestione, conservazione, analisi e sfruttamento che prevedono costi e canoni non indifferenti.

    Alcuni esempi locali fra i molti che ho trovato:

    Destinazioni Turistiche - Le soluzioni di Data Appeal

    utilizzato dalla Puglia

    Dal tour al Turismo attraverso i dati

    utilizzato dal Veneto.

    In entrambi i casi non c’è alcun rilascio di #opendata e perciò il flusso del valore si ferma alla commessa pubblica e alla soluzione dello scopo per cui tale commessa è stata richiesta ed eseguita.

    Ma la domanda che spesso mi assale e della quale non ho risposta è: C’è un qualcosa che effettivamente viene fatto e/o cambiato in meglio dopo questa raccolta e analisi di dati?

    Nel senso: Li abbiamo raccolti, analizzati e sedimentati. Ora che facciamo?

    La prima regola dovrebbe essere: I DATI CI CHIEDONO DI PRENDERE DECISIONI! LO ABBIAMO FATTO?

    Se la risposta è no! Siamo più o meno al disastro.

    Nell’ambito pubblico, poi, ciò è quasi sempre relegato alla pura teoria. L’amministratore della cosa pubblica, a differenza dell’imprenditore privato, raramente viene supportato (o vuol essere supportato) da ciò che i dati dicono. Preferisce negoziare, concertare e condividere azioni di cambiamento con gli stakholders che, ovviamente, portano istanze favorevoli al loro business. E questo la dice lunga sulla lungimiranza e sulla visione dei policy maker. Ahinoi!

    Ma non disperiamo. Un bel progetto di cui sono venuto a conoscenza è sicuramente Shapetourism.

    Main output

    L’output principale di questo progetto UE consiste in un sistema di strumenti progettati con lo scopo di conoscere e monitorare il contesto del turismo sostenibile, insieme a un sistema di supporto per l’analisi dei dati e dare un’interpretazione utile per il processo decisionale, il tutto corredato da mappe interattive e dati scaricabili.

    Siamo a livello di cooperazione territoriale UE, dunque nulla di strutturale. Ma è pur sempre qualcosa che traccia la via e ispira poi la Commissione a rilasciare raccomandazioni e Linee Guida.

    Conclusioni (con sorpresa):

    Nel Luglio di quest’anno la Commissione Europea ha redatto e reso pubblico uno studio interessantissimo dal titolo: Guida europea sull’uso dei dati per le destinazioni turistiche.

    https://medium.com/media/2f5b922eec42aab9cb25156d49b06f22/href

    Si tratta di un compendio davvero attuale, interessante e ricco e, per quanto riguarda gli #opendata, direi il primo che li elegge e li nobilita alla pari di altri servizi digitali utili per la gestione delle destinazioni turistiche.

    Raccomandandone la lettura, devo anche ammettere che grazie alla conoscenza di questo compendio ho avuto modo di scoprire il primo e unico caso di uso virtuoso dei dati pubblici aperti per la gestione turistica.

    Si tratta di Smart Dublin, un servizio che promuove la cultura degli #opendata fornendo informazioni su una serie di attività in tutta la regione, migliorando così la trasparenza e la responsabilità nei confronti dei cittadini, aumentando anche i livelli di alfabetizzazione dei dati tra i membri del personale e supportando un processo decisionale basato su evidenze. Tantaroba, davvero tantaroba. Decision making e Accountability con i dati pubblici aperti. WOW!

    Smart Tourism - Smart Dublin

    Tanti dati aperti, freschi, disponibili e usati bene

    Datasets - data.smartdublin.ie

    Ovviamente questa esperienza irlandese mi accende una lampadina e provo a intuirne un possibile parallellismo con la mia città. Venezia, forse una delle città turistiche più famose al mondo.

    Proprio qui, da alcuni anni e grazie alla lungimiranza di amministratori e tecnici veneziani, è entrata in funzione la Smart Control Room, un ecosistema digitale che raccoglie terabyte di dati dai sensori della città e da altre fonti, come ad esempio quelle più attinenti ai flussi (celle telefoniche, contapersone, flussi automobilistici, ecc.).

    Erroneamente questa grande infrastruttura, fiore all’occhiello dell’Amministrazione che l’ha ingegnerizzata grazie ai fondi UE del Pon Metro e di React-EU, viene spesso associata a un grande centrale digitale atta al mero controllo della sicurezza, quando invece (e lo si deduce dagli obiettivi dichiarati) fra i suoi compiti c’è anche l’analisi dei flussi turistici:

    L’obiettivo: analizzare in tempo reale la gestione dei flussi turistici e di traffico, le imbarcazioni in transito nei canali, il passaggio dei mezzi pubblici. Fino alla disponibilità dei parcheggi e alle previsioni meteo, fondamentali per il delicato ecosistema della Serenissima. (link).
    Smart Control Room (foto credits)

    Perciò, grazie anche alla lungimiranza del giovane Assessore al Turismo di Venezia che, in tempi non sospetti è stato fra i promotori e fondatori dell’ #opendata in città …

    … e grazie a questa imponente mole di dati raccolti, si potrà innestare un progetto che aumenti a dismisura il valore degli stessi, rilasciandone quanti più possibile in formato pubblico aperto per consentirne, così come han fatto gli irlandesi di Smart Dublin e in piena coerenza con la Guida Europea al riuso di cui sopra, il riuso in ordine alla produzione di quanti più servizi e prodotti possibili che aiutino a gestire le destinazioni da parte degli Enti preposti e per dare ai turisti nuove opportunità di scelta.

    Ci vediamo a BTO!


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  2. Linkedin non una directory aziendale

    Linkedin non è una directory aziendale

    Photo by Greg Bulla on Unsplash

    L’uso errato della headline (descrizione, intestazione, motto di Linkedin) è stato spesso oggetto di trattazioni e di spiegazioni da parte di chi utilizza questo social network professionale per generare il massimo dei lead (interesse). Io stesso, con l’amico Simone Favaro, scrissi un libro su questi temi nel lontano 2013.

    Purtroppo, creare una headline vincente non è l’obiettivo di tutti gli utenti e lo si capisce dall’uso distorto che ne viene fatto dalla maggioranza di loro.

    La headline NON E’ la descrizione del ruolo nell’organizzazione e nemmeno l’elenco delle competenze possedute. La headline E’ invece il luogo ideale dove inserire il motto, la mission e il branding (anche con il supporto di keyword ed emoji), con l’obiettivo di creare curiosità e soprattutto interesse.

    Purtroppo, specialente qui in Italia, la headline viene confusa con la descrizione del ruolo e dunque, la quasi totalità degli utenti, in questa sezione è usa scrivere parole inutili come ‘responsabile’, direttore’, ‘esperto’, ecc. che non riusciranno a convogliare nessun lead e, sinceramente, generano zero empatia in chi legge.

    Io stesso non sono mai attratto dai ruoli roboanti elencati nella headline (megadirettore generale della company XYZ), ma dai contenuti che l’utente è in grado di generare. E il primo contenuto che osservo è proprio la headline stessa.
    Essa mi deve trasmettere la visione, la passione e soprattutto i valori della persona con la quale posso entrare in contatto professionalmente.

    Anche chi fa il lavoro sporco di creare relazioni digitali in modo automatico (mi riferisco agli algoritmi di Linkedin e di Google), controlla la headline e cattura proprio in quel posto le caratteristiche peculiari e significative del soggetto. Quindi se scrivete responsabile o direttore, anche gli algo vi ignoreranno.

    Alla fine possiamo convenire che di ‘responsabili’, ‘direttori’, ‘head of …’, ‘founder of ...’ ne abbiamo un po’ le scatole piene. Linkedin NON E’ il directory aziendale dove esaltare il proprio ruolo. Linkedin E’ un network per relazioni professionali efficaci e produttive.

    Cambiate la vostra headline! I suggerimenti per renderla perfetta e ottimale li trovate descritti ovunque in rete, a cominciare dai video su Youtube che spiegano passo passo come fare.

    Enjoy


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  3. Un parere personale e non richiesto su clubhouse

    Un parere personale e non richiesto su #clubhouse

    Image credits

    1) Devi avere tanto tempo da perdere. Davvero tantissimo. Ergo non l’ho mai aperto durante il job time, ma solo prima di cena e raramente dopo cena;

    2) Credo sia impossibile utilizzarlo al lavoro per cazzeggiare in pausa caffè o per prendersi due minuti di pausa dalla routine lavorativa. In quel caso meglio leggere due tweet o scrollare il wall di #facebook, son meno ruffiani e li spegni quando vuoi (cit.);

    3) Disattivate le notifiche. Io l’ho fatto perchè altrimenti cancellavo dai contatti certi amici dei quali non mi capacito come facciano a passare tutto il tempo li dentro, saltellando da una stanza all’altra;

    4) Gli argomenti che vengono trattati in Italia son prevalentemente snob e da fighetti della serie ‘siam arrivati per primi noi (#earlyadopter), che disgrazia se arriveranno i tamarri’ oppure ‘vi ricordate quanto bello era #Frienfeed all’inizio’, ecc. ecc.

    5) E’ iniziata la corsa ad accaparrarsi i nomi dei club. Fa tanto #cybersquatting, ma per ora mi lascia indifferente;

    6) Quando sei invitato a parlare e ti lasci attirare in una discussione, il vero problema diventa come andarsene. Non puoi farlo mentre gli altri stan parlando, perchè dovresti interromperli. Resta solo la fuga vigliacca. Brutta cosa.

    7) Arrivano i #vip, non arriveranno i #vip. A dire il vero son già arrivati ed è un bene, perchè solo i vip portano follower, altrimenti se crei una tua room devi rompere gli zebedei a tutti con gli inviti (e dunque sparando notifiche a raffica). Invece se organizzi una room in #cosharing con un vip o l’influencer di turno (scegliete voi l’ordine) l’algo di #clubhouse invita automaticamente tutti i follower a seguirne la diretta.

    8) E’ una radio, è un podcast, è zoom senza video? Ne ho sentite tante di ipotesi e di elucubrazioni inutili. E’ semplicemente #clubhouse e, per ora, non ha nemmeno un suo modello di business. Nel senso, ad oggi, non c’è possibilità di piazzare prodotti e adv degli stessi. Bho! Magari se lo compra qualcuno o nessuno e, sinceramente, chi se ne frega.

    9) I #millenials e i #boomers. Altra sega mentale che circola in quelle stanze. Il tempo dirà chi ha ragione. Personalmente vedo i millenials svantaggiati perchè manca la materia prima: immagini, video, musica, balletti, ecc. Ma chi son io per far predizioni?

    10) Uso professionale. Why not? Ad esempio una conferenza stampa o una tavola rotonda, ma anche una audio chat privata (ok, già ci son mille strumenti, ma questo ha un controllo sulla priorità vocale davvero incredibile e val la pena di provarlo). E poi c’è lo sviluppo possibile di community tematiche. Forse l’ennesimo servizio che le abilita. O solo il più recente.

    11) Personal radio. Si certo, perchè no? Ma devi essere pensionato o disoccupato. E poi le strategie di engagement quali sarebbero? Non son convinto che basti la qualità dei contenuti. Per farla breve, crearsi un club (che poi diventerebbe una trasmissione radio) è uno dei traguardi a cui ambiscono gli influencer in pectore di #clubhouse

    12) #Iphone e basta. Problema attuale ma credo verrà risolto, dunque state calmi e non scatenate guerre di religione.

    13) Uno sguardo dall’altra parte dell’oceano l’ho già dato. Davvero impressionante. Al confronto siam 4 sfigati che se la tirano ma che coltivano orticelli ridicoli. Ho visto stanze con migliaia di ascoltatori e decine e decine di relatori davvero tosti. Silenzio da parte di tutti gli ospiti, rispetto del turno. Tantaroba, davvero. I temi? Finanza e #criptovalute, digital marketing, sostenibilità ambientale, media e politica e chi più ne ha più ne metta.

    14) La voce. Il parlarsi, il sentirsi senza messaggiare e senza poter correggere il messaggio, cancellarlo e/o giustificarsi. Insomma il bello della diretta e il rischio della stessa. Questo è davvero un bel ritorno, almeno per gli agé come il sottoscritto.

    15) Io non faccio previsioni, non so farle e non ho dati per farle. Forse l’hype si ridurrà, ma è certo che la situazione di costrizione e reclusione in casa ha aiutato chi ha avuto questa idea. Vedremo cosa riserverà il futuro e, as usual #loscopriremosolovivendo


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  4. La democrazia imperfetta

    Un’opinione non richiesta e buttata giù di getto, senza riflettere.

    Credits

    Avevamo desiderato un mondo sempre connesso, dove la circolazione del pensiero, la condivisione della conoscenza e la facilità di relazionarsi potessero rappresentare le solide fondamenta di una democrazia globalizzata e di un benessere diffuso.

    Per farlo abbiamo ceduto i nostri dati e sputtanato per sempre la nostra privacy in favore di questi signori e del loro business. Le loro tecnologie son entrate nelle nostre case, nei nostri uffici, in tutta la nostra vita.

    Grazie ai loro algoritmi proprietari hanno associato profili a comportamenti, abitudini a desideri, consumi a necessità. Sanno tutto di noi perchè questa maledetta intelligenza artificiale impara ogni giorno di più da quel che facciamo e da quel che diciamo, da quello che pubblichiamo e, spietatamente, ci classifica come potenziali consumatori non solo di beni, ma anche di ideali e di sogni.

    Questi tre signori che si proclamano paladini dell’etica e del rispetto della privacy non sono stati in grado di usare le loro tecnologie proprietarie per evitare il diffondersi di notizie fasulle, contenuti ingannatori, ideali perversi e complotti inesistenti.

    Non hanno voluto usare le stesse tecnologie che ci classificano come consumatori per identificare e reprimere AUTOMATICAMENTE i seminatori di falsità e gli odiatori seriali. Questi signori sono americani e hanno, consapevolmente o no, contribuito a tutto quello che sta accadendo in questo crepuscolo della civiltà dove, differenziarsi, esaltarsi e soprattutto odiare è diventato fin troppo facile.

    Siamo in grado noi consumatori, da soli, di correggere questa deriva?

    Non lo so, e sinceramente sono molto preoccupato.

    La peggior feccia di esaltati e di pazzoidi del pianeta usa ormai i social network in modo criminale. Ma su quei social network ci sono anche persone per bene che vogliono vivere pacificamente e condividere la loro gioia di vivere e di apprendere. La libertà di pensiero e di opinione deve essere garantita, ma la diffusione di falsità e l’esaltazione all’odio è ormai chiaro che non possono più albergare impunite negli stessi spazi dove le persone per bene vogliono convivere in armonia.

    C’è il pericolo che comunque questa feccia possa spostarsi altrove, ma almeno nell’immediato è necessario che i governi intervengano sui principali social network, con ponderazione ma con decisione. Lo so è un dibattito difficile e un percorso disseminato di trappole. Qualcuno potrebbe obiettare che così facendo si aprirebbe a un modello repressivo e fin troppo simile a quello cinese. E’ probabile, ma non auspicabile. Possiamo e dobbiamo far meglio. Prima che sia troppo tardi.

    My 2 cent.


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  5. Il #KARMA
    Photo by Prateek Katyal on Unsplash

    Voi direte che non è opportuno sparare sulla croce rossa e criticare chi si trova in un cul de sac, irriso e deriso da tutti. E avete ragione, ma a volte levarsi qualche sassolino e raccontare i propri sentimenti mette in pace con se stessi e con la propria coscienza.

    Correva l’anno 2018 e il Team Digitale di Diego Piacentini era carico a palla e ben determinato nel costruire quello che aveva definito con mai nascosata enfasi: IL NUOVO SISTEMA OPERATIVO DEL PAESE.

    Al centro di questa progettualità c’era l’app IO, si proprio quella che oggi, a distanza di tre anni, troviamo sulle prime pagine di tutti i giornali, nonchè trend topic sui social. Verrebbe da dire: finalmente ce l’han fatta, son sulla bocca di tutti!

    E invece no. Per l’ennesima volta a causa di un #epicfail la Pubblica Amministrazione viene perculata da tutto il paese e fallisce miseramente in uno campo dove si ostina a giocare una partita impari. Quella dell’innovazione.

    Peccato. Peccato davvero. Eppure l’idea era buona. Il Team Digitale doveva hackerare il sistema. Lo dicevano loro. Si presentavano come la startup di stato che doveva innovare e cambiare il paese.

    Oggi il nostro @diegopia racconta all'@OECDinnovation l'approccio, il modello di lavoro, la gestione dei processi e i progetti di trasformazione digitale nella Pubblica Amministrazione che stiamo portando avanti #GoingDigital pic.twitter.com/FzpeAhrcrE

    Ricordo che nel Maggio del 2018 intervenni a una tavola rotonda sul tema durante la prima edizione di ForumPA al centro la Nuvola. C’erano i membri del Team e alcuni colleghi delle regioni, e insieme dibattemmo alcuni temi sui servizi pubblici e sull’innovazione.

    Quelli del Team Digitale presentarono l’app IO in anteprima (nel video trovate proprio il video promo con la pubblicità dell’app in questione),

    https://medium.com/media/840c8ad36793e20871daa1682ba2946e/href

    nel mentre io mi permisi di sottolineare alcune criticità di metodo e persuadere sui caposaldi in cui credo.

    Feci osservare uno dei principi fondamentali dei GDS (Government Design Principles UK)a cui sempre mi ispiro: DO LESS!

    Government should only do what only government can do. If we’ve found a way of doing something that works, we should make it reusable and shareable instead of reinventing the wheel every time.

    Mi permisi anche di richiamare alcuni principi tipo ‘Open Innovation vs Closed innovation’ e il sempre valido LESS IS MORE. Nonchè la scelta programmatica e strategica di far fare le cose a chi le sa fare per davvero, portando ad esempio diverse iniziative che, per conto della mia regione, stavo coordinando in ambito di innovazione aperta e con il coinvolgimento di start-up e centri di ricerca esterni alla PA.

    Non la presero bene. Stavano vivendo il periodo di massima carica emotiva e volevano solo la claque, ai loro eventi. Diciamo che mi furono riportati sentiment di avversione e scocciatura rispetto alle mie critiche. E finiamola li.

    Ora direte che levarmi il sassolino è fin troppo facile, come richiamare il karma e ballare sulla tomba del cadavere ancora caldo. E’ vero! Ma le lezioni devono servire da monito.

    Purtroppo, dopo i recenti #epicfail di INPS e dei provider SPID (rimborsi covid e buono mobilità), la lezione che impariamo oggi dal fallimento di IO è una lezione ancor più amara: la Pubblica Amministrazione non deve giocare certe partite come giocatore, bensì come arbitro. Deve lasciar giocare chi ha talento, passione e doti tecnico tattiche, preoccupandosi solo di far si che la partita si giochi nel rispetto delle regole e sia gradevole per chi paga il biglietto.

    Open Innovation nella PA significa fare un passo indietro. Occuparsi di programmazione strategica e orchestrazione. Di controllo e governance. Incentivando, finanziando e stimolando le start-up, gli hacker civici, le PMI e i ricercatori, ovvero i veri protagonisti dell’innovazione.

    Provando a stringere alleanze con i colossi dell’IT che in ambito di scalabilità ed elasticità dei servizi sono insuperabili. Concedendo loro di intervenire solamente come infrastruttura di erogazione, controllando che lo facciano nel rispetto e con la garanzia della massima riservatezza dei dati personali di ognuno.

    Non è difficile, vero?


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